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Polo delle vanità
Benvenuti a Buenos Aires, tempio del polo. Ogni anno, a novembre, nello stadio Palermo, si disputa l'Open, avvenimento sportivo ma soprattutto mondano. Perché per primeggiare non bastano la forza e l'abilità, ci vogliono anche eleganza, signorilità, bellezza. Qualità in cui gli atleti argentini non hanno rivali di Rosella Simone Gli appassionati argentini dicono che i polisti di quel paese sono i più belli, i più bravi e hanno i migliori cavalli del mondo. Ed è vero. Viaggiano tutto l'anno tra Londra, Palm Beach e il Brunei, richiesti dai tornei più esclusivi, facendosi pagare a peso d'oro. E a novembre/dicembre si ritrovano tutti insieme a disputare l'Open allo stadio di Palermo a Buenos Aires, cattedrale del polo internazionale. Per assistere a questo appuntamento sportivo, ma anche mondano, gli spettatori arrivano da ogni parte del globo: per passione, per affari, semplicemente per esserci. Perché questa è una vetrina dell'alta società, e non solo argentina. Uomini disinvoltamente eleganti, belle donne con cappelli eccentrici, bambine bionde con vestitini ricamati, in una profusione di sigari, champagne e stile. Tutti lì per vedere gli stupendi cavalieri, con pantaloni bianchi di cotone, stivali di cuoio marroni, casco con visiera e mazza di bambù thailandese. I giocatori di polo, più che fantini, devono essere "gentiluomini coraggiosi, forti di carattere e leali". A dirlo è Juan Carlos Harriott, grande campione degli anni Settanta, forse il migliore di tutti i tempi. Gli atleti sono quattro per ogni squadra, come i moschettieri. Montano cavalli superbi, a una velocità e con tale armonia di gesti che sembrano centauri. Sono ritornati direttamente dai miti antichi per giocare con la bocha, una palla di legno o di plastica bianca di otto centimetri di diametro. Va colpita con un bastone flessuoso, sempre con la mano destra, fino a farla entrare in una porta segnata da due pali. I cavalieri corrono, frenano, girano e ripartono, si scontrano, cadono e si rialzano, sudano, urlano e si sporcano. E quei pantaloni bianchi sembrano ancora più eleganti, imbrattati di terra e tinti dal cuoio delle selle. È così che la destrezza diventa emozione, passione, incanto. Furono gli inglesi a portare il polo in Argentina. Arrivarono con la spocchia dei colonizzatori, ma dovettero presto ricredersi. Gli argentini avevano l'equitazione nel sangue, e il gioco, per questi gaucho salvaje, consisteva soltanto nel colpire una palla con una mazza di bambù e farla entrare tra i pali. Tutto qui. Questa semplificazione suonava come un insulto per i gentlemen britannici, che avevano scritto libri e libri teorizzando su questo sport, tra i più snob del mondo. La nuova disciplina arrivò intorno al 1875 nell'area di Santa Fe. Dapprima si giocava nelle estancia, le tenute di campagna. Furono allevatori inglesi come David Shennan, proprietario della fattoria Negrete, a iniziare i loro dipendenti alla disciplina importata da Londra. Shennan organizzò la prima partita giocata in terra d'Argentina. Perché il polo, qui, nasce campero, in quell'immensità verde che è la pampa. Dove sorgono i primi club: Venado Tuerto, Cañada de Goméz, Media Luna. Il gioco prese piede e arrivò fino a Buenos Aires, dove nel 1888 venne fondato l'Hurlingham Club, culla e crogiolo dello sport al di là dell'oceano. Tutte queste realtà crearono, nel 1892, The River Plate Polo Association. Ma fu solo nel 1922, quando i club proliferarono e assunsero un carattere più nazionale, che nacque l'Association Argentina de Polo. Un anno fatale: per la prima volta, una squadra del paese sudamericano giocò l'Open d'Inghilterra e degli Stati Uniti: e vinse. Vinse tutto, in modo prepotente e schiacciante. Fu l'inizio leggendario del polo argentino. La bravura dei giocatori viene misurata in handicap. Si parte da un minimo di uno per un massimo di dieci. Alla fine di ogni Open di Palermo, l'Associazione di polo rende noti i punteggi di ciascuno. L'handicap racchiude in sé i valori assoluti di questo sport. Un atleta, per riuscire ad avere dieci, deve essere non solo il migliore, ma anche il più elegante nel montare a cavallo, il più appropriato nel vestire e il più corretto nel gioco. Nella storia del polo, i migliori dieci di handicap sono sempre stati argentini. Attualmente provengono da questo paese sette degli otto atleti che, in tutto il mondo, possono vantare questo onore. In un paese dove dicono: "Il paradiso è in cielo con Dio, l'Eden in terra sulla groppa di un cavallo", i giocatori di polo sono più che uomini, sono leggende. Come "el Paisano" Manuel Andrada: in attività negli anni Trenta, vanta ancora fan ardenti. Che di lui dicono: "Nove di handicap, ma dieci nel cuore". Oppure come Carlos "Charlie" Menditeguy, vero gentleman degli anni Cinquanta. Era un superbo polista, un eccellente pilota di automobili e un grande amante delle donne. La sua fama diventò internazionale quando non si presentò alla griglia di partenza del Grand Prix di Monaco, preferendo restare sotto le lenzuola con una ventiduenne Brigitte Bardot. Giocava come pochi, ma soprattutto giocava per divertirsi. Un'altra leggenda è il già citato Juan Carlos Harriott, cavaliere senza macchia e senza paura "eroe del taco (la mazza per colpire la palla) e del goal di qualità". Negli anni Sessanta vinse, con l'équipe Coronel Suarez, praticamente tutto il vincibile al mondo. Elsa, segretaria dell'Hurlingham Club, più realista della regina d'Inghilterra, ricorda con nostalgia gli splendidi fantini di un tempo. All'epoca non c'erano gli stand degli sponsor a turbare la verde eleganza dei prati. Si giocava solo per la fama e per poter scrivere il proprio nome negli annali del club. I campioni di oggi, invece, portano ben in vista sulla maglietta i nomi dei gioiellieri e della grandi marche di automobili, degli champagne o delle sigarette, da cui intascano fino a 200 mila dollari al mese (oltre 350 milioni). Il polo è un gioco estremo per animali sublimi, magnifiche macchine da corsa fatte di muscoli e nervi. "La più nobile conquista che l'uomo abbia mai realizzato è il cavallo", dicono con entusiasmo che non conosce dubbi gli appassionati. "È il petiso il vero atleta", aggiunge umilmente Eduardo Huguy, dieci di handicap, rampollo di una delle più famose dinastie del polo argentino. Il petiso è il pony, selezionato, allevato e addestrato per questo gioco. È il migliore, il più veloce, il più ubbidiente. Capace di volare a più di 60 chilometri l'ora e fermarsi di botto in pochi centimetri, così docile e coraggioso da lanciarsi senza esitazioni nella mischia, dotato di una resistenza impressionante. In grado, insomma, di cambiare le sorti di una partita. Per questo, costa fortune. Più di 100 mila dollari: tanto ha pagato per un cavallo il magnate australiano del petrolio e delle telecomunicazioni Kerry Packer, proprietario dell'Ellerstina, squadra campione a Palermo nel 1998. Le femmine sono le preferite: oltre a enfatizzare tutte le qualità, passato il tempo della competizione possono partorire nuovi petiso. Le allevano nelle estancia gli stessi giocatori. Il collegamento tra cavallo e cavaliere è il petisero, vero artefice della formazione dell'animale, dalla doma all'addestramento totale. Si tratta, anche oggi, di un mestiere tutto al maschile, per uomini rudi, dai muscoli e dai nervi d'acciaio. Gli argentini, manco a dirlo, sono considerati i più preparati petisero al mondo. Il miglior giocatore dei nostri giorni si chiama Adolfo Cambiaso. Ha 23 anni, un handicap dieci, è bello, ricco e gioca come un marziano. Ha già battuto tutti i record e ha ancora una carriera davanti a sé. "Adolfito", così lo chiama la gente del polo, parla come un rampollo di buona famiglia. È semplice ed elegante. Dice di sé: "Sono un uomo di campagna, e, se non fossi stato polista, mi sarei dedicato a qualche altro sport. Non sono nato per il lavoro in ufficio, non mi piace". Adolfo, il padre, e Martina Estrada, la madre, sono i proprietari del club La Martina, a Cañuelas, nella provincia di Cordoba. Qui Adolfito ha imparato ad amare i cavalli. Il primo torneo lo ha disputato e vinto a otto anni, ed è stato il primo giocatore della storia a raggiungere i 10 handicap a 19 anni. Nella testa, lo si capisce subito, ho spazio solo per il polo. È vero che Kerry Packer, dopo la vittoria del Campeonato Abierto de la Republica allo stadio Palermo, ha versato un milione di dollari a ogni giocatore dell'Ellerstina? "No, giuro che non è vero. Un polista al top riceve abbastanza per vivere bene, ma non è un miliardario. Bisogna pensare a quanto deve investire in cavalli, terra, equipaggiamento e personale". Adolfo è fidanzato con Maria Vazquez, modella argentina. Assicura "sì, ci sposeremo". E da vero macho, continua: "Senza dubbio vivremo a Cañuelas. Maria ce l'ha molto chiaro. Sa che questo è il mio lavoro: per tre mesi all'anno sono in viaggio, e lei dovrà seguirmi". Adolfito è serio: gioca a polo tutti i giorni e alle uscite mondane preferisce la sublime calma della pampa. Dopo la vittoria al Campeonato Abierto finalmente rideva, era felice. Il Re appena incoronato ha festeggiato fino a tarda notte con gli amici, per poi tornarsene, il giorno dopo, alla sua reggia silenziosa. Forse "Charlie" Menditeguy sarebbe rimasto a festeggiare più a lungo. Ma "Charlie" non era Adolfo, "Charlie" aveva la sigaretta in bocca, beveva e, soprattutto, non era un marziano. Adolfo ha la fidanzata che lo guarda dal bordo del campo, "Charlie" aveva tutto lo stadio che si sentiva fidanzato con lui. Ma Cambiaso ha fatto un gol che rimarrà nella storia: ha colpito la boccia con la mazza piano piano, l'ha alzata un po', l'ha ripresa al volo con la punta del piede, l'ha spinta in su e Palermo è esploso. Lo stadio di Palermo è nell'Avenida Libertador, cuore ricco di Buenos Aires. Un poco più in là sorge la palazzina bianca dell'Esme, Escuela de Mecanica della Marina. Lì, ai tempi del golpe militare, tenevano i prigionieri politici, soprattutto donne incinte. Restavano sino a che partorivano, poi morivano sotto tortura oppure venivano gettate vive dagli aerei direttamente nell'oceano. Ma questo conta poco per chi va a vedere i bei ragazzi del polo. Alla cattedrale Palermo c'è solo gente spensierata, ben vestita e ben nutrita. Si entra da un elegante cancello di ferro. Qualcuno può accedere all'ingresso vip, dall'altro lato, usato anche dai giocatori, gli eroi della giornata. Arrivano a piedi, già vestiti da fantini, calzando stupendi stivali di cuoio marrone alti fin sotto il ginocchio, con la zip centrale in metallo. Unica eccezione, il grande Cambiaso. Come tutti i fuoriclasse, è diverso: lui indossa stivali da cow boy di dubbio gusto. Gli atleti entrano in campo e raggiungono le rispettive basi, agli estremi opposti. Ogni squadra ha un quartier generale. I cavalli, fino a dodici per ognuno dei quattro giocatori, sono assistiti da un gruppo di quindici persone che li lavano, li massaggiano e danno loro qualche zuccherino. Ci sono anche le sedie dei giocatori, col rispettivo ombrellone. Una hostess si occupa di dar loro da bere. Qui gli eroi del polo si riposano tra i chukker (così si chiamano i tempi che scandiscono la partita, sette o nove a seconda delle competizioni, ciascuno della durata di sette minuti) e pianificano le strategie di guerra. Dopo il riposo ripartono all'attacco, con la mazza tra i denti e il sangue che bolle. Fidanzate, mogli e figli li guardano sdraiati sul prato sotto l'ombrellone, li incitano, li amano. Negli intervalli, un piccolo esercito di uomini invade il campo per rimettere a posto le zolle di terra sollevate dai cavalli. Intorno, sotto un morbido sole pomeridiano, ci sono gli spettatori. Prima dell'inizio della partita, mentre i cavalieri affilano le lame, passeggiano lungo il vialetto di pavé o si siedono a bere una limonata al bar dell'ippodromo. In piedi commentano energicamente il gioco o parlano di affari, di vendite di cavalli. Le donne fanno gruppetto tra loro. Le più giovani non guardano nessuno: magre e bellissime, hanno sempre un'aria un po' annoiata, come se stare lì o altrove fosse la stessa cosa. Del resto, anche gli uomini sembrano piuttosto indifferenti. Tutti indossano occhiali da sole che schermano lo sguardo. Poi, una voce dall'altoparlante annuncia l'inizio della partita. L'atmosfera si fa elettrica, la presentazione dei cavalieri e dei cavalli è accompagnata da ovazioni. La battaglia ha inizio. |